Il cartello come strumento originario per l’elaborazione del sapere nell’ambito della scuola

Publicado en Cartello – Newsletter #54 dei Cartelli della SLPcf– Agosto de 2026.

Una prospettiva innovativa riguardo al cartello la troviamo nell’intervento di Lacan durante le Giornate di studio sui cartelli presso la Scuola Freudiana di Parigi, tenutesi nell’aprile del 1975. È consuetudine studiare il cartello tenendo conto della sua differenza rispetto al gruppo, fondato quest’ultimo sull’identificazione con l’Ideale rappresentato dal leader e sull’identificazione orizzontale tra i membri attorno alla sua influenza. Questa è stata la via percorsa da noi che avevamo subito le conseguenze negative di tale funzionamento nei cosiddetti gruppi di studio. Ed è possibile valutarne l’entusiasmo iniziale suscitato dalla fondazione della Scuola Europea di Psicoanalisi, negli anni ’90. Ciò comportava, da un lato, lavorare nell’ambito di questo dispositivo originale con colleghi di altri gruppi che in quel momento si riunivano attorno alla formazione della Scuola e, dall’altro, cercare di contribuire al chiarimento dottrinale riguardo alla novità apportata da questo singolare modo di ricerca o di studio con gli altri.

Se nel cartello ha luogo una «elaborazione provocata» secondo l’espressione di Miller, è perchè in esso si tiene conto della difficoltà di elaborare un proprio sapere, risultato di un’enunciazione singolare, impossibile da raggiungere quando regna l’inibizione a causa della suggestione prodotta dall’Ideale incarnato nel capo e dagli effetti di accomodamento che manifestano i membri del gruppo, nonostante la sofferenza che può portare con sé quel certo «comfort» di gruppo.

In questo senso il cartello è un luogo privilegiato in cui possono emergere e ricevere un trattamento adeguato alcuni dei sintomi della Scuola.

Lacan ne tenne conto quando propose che le crisi di lavoro potessero essere trattate «all’aria aperta». Fin dall’inizio si era preoccupato di proporre un modo di trasmissione della psicoanalisi e un modo di associazione la cui logica tenesse conto della scoperta dell’inconscio.

Nel 1964, in concomitanza con la sua elaborazione dottrinale dell’oggetto a, fondò la sua Scuola – un nuovo modo di lavorare considerato dalla prospettiva di un’esperienza collettiva –, coerente con la struttura dell’essere parlante che culminerà nella formulazione del fantasma come quadro della realtà soggettiva.

All’elaborazione della struttura del soggetto dell’inconscio, legata alla mancanza nell’Altro, si aggiunse la chiarificazione del suo complemento pulsionale, reale – l’oggetto a – un’invenzione fondamentale che permetteva di concepire un reale operativo e non solo descrittivo o esplicativo, come si riscontrava in molte delle elucubrazioni dell’IPA. Questa considerazione, applicata al legame tra gli analisti – che fino a quel momento si riunivano in associazioni attraverso legami fondati sull’identificazione – può funzionare tenendo conto di altri fattori essenziali che operano nel quadro di una Scuola di psicoanalisi organizzata attorno al lavoro di cartello e alla passe.

Lacan era preoccupato per la continuità della psicoanalisi – «il discorso al quale mi metto al servizio», diceva. Non si considerava un suo agente. L’elaborazione provocata del sapere nel cartello e nella passe dipende dal fatto che la Causa Freudiana funzioni e alimenti entrambi i dispositivi.

Nelle Giornate del 1975 Lacan riconosceva il suo desiderio che la pratica del cartello potesse instaurarsi in modo più stabile e che potesse funzionare come una via d’accesso alla Scuola. È possibile cogliere che la preoccupazione più rilevante in quel momento ruotasse attorno alla funzione del «più uno», inteso come un «leader con prestigio e data di scadenza».

Nel cartello ciascuno si include nel proprio nome e non a partire dalla propria mancanza d’essere, sottolinea Miller. Con la scelta di un tema, ciascuno si assume la responsabilità del cartello e questo è molto importante per Lacan: la responsabilità del cartello non riguarda solo il «più uno», ma riguarda l’insieme di coloro che ne fanno parte.

La scelta del tema che dà origine alla riunione funziona come un distintivo, come un significante che funge da presentazione di ciascuno, con cui ciascuno si iscrive nel cartello a titolo del proprio nome. Da questo punto di vista, i membri sono significanti padroni del lavoro e non soggetti supposti sapere. Il cartello si propone come luogo di impegno e di legame con la Scuola.

Lacan riteneva che il gruppo ampio ostacolasse la trasmissione della psicoanalisi, favorendo la dissoluzione dell’eterogeneo nell’omogeneo. Si genera così un effetto di massa che comporta un’inibizione intellettuale dovuta alla partecipazione a un fantasma collettivo. Questo è il problema fondamentale: come fare per contrastare gli effetti che inducono l’inibizione intellettuale?

Nel suo intervento nell’ambito delle Giornate dei Cartelli, Lacan opera una distinzione tra il cartello e altre forme di aggregazione degli esseri umani, come nel caso della comunità dei matematici e delle comunità religiose.

Riguardo alla prima, Lacan riprende le affermazioni di Russell: «in matematica non sappiamo di cosa parliamo» e «la matematica è un sogno, non ha alcuna oggettività»; per arrivare ad affermare che alla prima frase occorre aggiungere che ciò che invece sanno è «di chi (non di cosa) parliamo». La sua tesi è che i matematici credono nella matematica come se si trattasse di una persona, di un soggetto. A ciò Sibony, matematico e suo analizzante, risponde: «Questo ci porta a credere in Dio».

Lacan distingue quindi il rapporto di ciascun matematico con la matematica e con la comunità dei matematici. Attraverso questo approccio, cerca di suscitare, di indurre nel pubblico la domanda: quale rapporto abbiamo con la psicoanalisi? Che cosa ci interessa: il nostro rapporto con la psicoanalisi o con la comunità analitica? Crediamo nella psicoanalisi o nella comunità analitica? Perché, se la comunità ha il potere di accettare o meno un nuovo oggetto, come nel caso dei numeri transfiniti di Cantor, ciò significa che la comunità non è un demiurgo, un principio attivo astratto.

Ciò che si impone allora è tenere conto del rapporto con la matematica; si è coinvolti in quella credenza, si crede in essa. Questo non è molto diverso dalla credenza in un sintomo, afferma, in quanto si crede in esso. Lacan arriva a formulare che la matematica è un sintomo come La (barrata) donna e, quindi, che i matematici credono nella matematica come si crede nella Donna che non esiste nemmeno nel discorso.

La matematica funziona come più-Uno, come qualcosa che è sempre presente nella conversazione. È quindi possibile equipararla alla funzione del più-Uno nel cartello. Il più-Uno incarna una funzione latente, simile a ciò che la matematica rappresenta per i matematici. La novità sta nel precisare il limite temporale di quella funzione che il più-Uno incarna. Il più-Uno si fa carico della causa, dell’oggetto a e, al tempo stesso, del buco per renderlo produttivo.

Sibony aggiunge: «Il matematico non è libero di non crederci». Crede nella matematica, ma non è libero di non crederci. È qualcosa che viene loro imposto, a volte fin dalla prima infanzia, spingendoli a operare con i numeri come se si trattasse di un destino prestabilito.

Il paragone tra il cartello e la comunità matematica ci pone questo interrogativo: crediamo nella psicoanalisi come loro credono nella matematica?

Nell’altro paragone proposto da Lacan, questa volta con le comunità religiose, si sottolinea l’importanza che il cartello sia costituito da un numero ridotto di membri; egli insiste sul fatto che tale limitazione obbedisce a ragioni di struttura e propone il paragone con le comunità religiose, nella misura in cui queste non si pongono la questione del limite, non sembrano averlo. La mancanza della condizione di limite è legata all’anonimato; quanto maggiore è la dimensione della comunità, tanto più si avverte quella «condanna» all’anonimato.

Al contrario, nel piccolo gruppo del cartello ciascuno si iscrive a proprio nome. Lacan spiega che il nostro oggetto non è lo stesso che interessa a quelle comunità. Ma chiarisce un punto essenziale: «C’è qualcosa che io ho apportato: la comunità religiosa trae la sua forza da un mito, un mito di Dio che è ben lungi dall’essere semplice, è trinitario. Il mio contributo – afferma – è stato quello di dimostrare che la religione cristiana è vera perché in quella comunità si sono visti costretti a nominare il reale del nodo, nell’esigenza che l’essere – l’Uno – debba essere triplice» (J. Lacan Clôture des Journées de Càrtels en l’EFP 1975, in Lettres de la Cause Freudienne, n. 18. Parigi, 1976, pp. 263-270). Lacan aggiunge qualcosa di molto suggestivo, da tenere in considerazione: il nodo, l’esperienza più cruda che abbiamo del nodo e del reale è l’ostacolo, l’impotenza del nostro pensiero; è questo ciò che Lacan chiama «buco», presentandolo come triplice – secondo la topologia «borronea» che annoda simbolico, immaginario e reale.

La domanda è: come sappiamo di trovarci nel buco giusto? Che cos’è un analista se non sa cos’è un buco?

Tutti ci crediamo esseri sostanziali, dice Lacan, perché immaginiamo che la nostra capacità sia il nostro pensiero, quando, in realtà, ciò che è più interessante e operativo nella nostra esistenza – e ciò si dimostra nella pratica analitica – è il buco. E allora definisce la Cosa freudiana come non sostanziale.

Unendo questa considerazione alle due domande che menzionavamo prima, la questione è: come dimostrare a noi stessi ciò in cui crediamo, se crediamo nella psicoanalisi o nella comunità analitica? Come dimostrare a noi stessi che ciò che è veramente operativo è il buon buco, che è il nome della Cosa freudiana? Il cartello è un piccolo saggio su questo dilemma che si pone ogni volta, in ogni esperienza, e per questo non costituisce un metodo ma un dispositivo che risponde a una logica.

Le resistenze create dal dispositivo stesso si collocano proprio lì, perché al centro della Cosa c’è il buco e questa è la difficoltà per il più-Uno, che deve farsene carico e… custodirlo. Se il cartello diventa a volte così sintomatico, è proprio perché ci mette di fronte, da un lato, all’impotenza del nostro pensiero e, dall’altro, al rapporto che abbiamo con il discorso analitico. Nel carattere sintomatico del cartello si rivela come causa l’insopportabilità del buco. Miller lo riconosce: non c’è alcuna vocazione al lavoro del sapere, lavoro in cui è richiesta un’implicazione soggettiva.

L’invenzione del cartello, come dispositivo di elaborazione del sapere, è coerente con quanto insegna l’esperienza dell’analisi, dove il sapere che si ottiene va provocato, occorre opporsi alla difesa. Se nel cartello si tratta di un’elaborazione provocata è perché non esiste una vocazione naturale a produrre un sapere.

Texto: Vilma Coccoz